Quest’articolo, pubblicato in quattro parti di cui questa è la terza, è la sintesi di una più ampia ricerca di M. Rachele Fichera.
Sulla Rassegna storica del Risorgimento, fasc. I – 2017, è stato pubblicato il saggio della stessa autrice “Alessandro Pavia e il suo Album”, dove sono riportati in note i riferimenti documentari e bibliografici, ma nessuna immagine per norma della rivista. Chi non è socio dell’Istituto Centrale del Risorgimento, Roma, che la pubblica, può richiedere il volume all’Istituto, all’indirizzo e.mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. L’estratto del saggio può essere richiesto all’autrice attraverso www.gri.it.

Alessandro Pavia, l’uomo che volle farsi fotografo. Parte 3 di 4.
Parte 1 di 4
Parte 2 di 4
Parte 4 di 4 (di prossima pubblicazione)

- PARTE TERZA -

Alessandro Pavia ha concepito il suo Album dei Mille di Marsala come celebrazione dell’impresa garibaldina, con l’intento di sostenere la Causa dell’Unità e difendere l’immagine e i diritti dei suoi combattenti. L’ha progettato come multiplo: un concetto nuovo, se applicato al ritratto al di fuori dell’illustrazione di un testo. Infatti, in quegli anni la riproducibilità faceva discutere del valore dell’originale, che si voleva unico oltre che di mano dell’artista. Oggi è scontato che esistano veri artisti tra i fotografi, le stampe eseguite dagli autori in più copie sono definite originali ed hanno un mercato di tutto rispetto, ma non era così al tempo di Alessandro. Come abbiamo visto nella sua biografia, egli aveva avviato il lavoro di studio con un pubblico di estrazione popolare e piccolo borghese e, pur avendo modeste possibilità economiche, concepì il lavoro per cui lo ricordiamo su un modello convenzionale costoso: da prima dell’avvento della fotografia, infatti, era uso raccogliere quanto si desiderava conservare o rappresentare, ricordi, testimonianze, pegni d’amore, in album di bella fattura, fatti per essere mostrati. L’Album poteva essere un dono, un oggetto privato o la celebrazione d’un evento pubblico, destinato a finire in soffitta al diradarsi dei sentimenti e alla scomparsa dei protagonisti: ne sanno qualcosa i collezionisti dei preziosi album di dagherrotipi o delle cartes de visite dei primi decenni, raramente corredati delle identità dei soggetti. Erano oggetti affettivi a cui non si affidava la memoria. l’Album di Pavia è invece un monumento.

La dedica a Giuseppe Garibaldi, posta alla fine dell’Album donatogli da Alessandro Pavia, in una riproduzione tratta dal testo “L’Album dei Mille di Alessandro Pavia” di Marco Pizzo, edito da Gangemi.

La dedica a Giuseppe Garibaldi, posta alla fine dell’Album donatogli da Alessandro Pavia, in una riproduzione tratta dal testo “L’Album dei Mille di Alessandro Pavia” di Marco Pizzo, edito da Gangemi.

Nella dedica dell’esemplare destinato a Garibaldi, idealmente il primo sebbene donato poco dopo quello per Vittorio Emanuele, Alessandro scrisse di non cercare “gloria d’artista”: è un dettaglio importante, in un testo che doveva racchiudere in poche righe l’essenza dell’opera e il senso dell’omaggio. Infatti, la contesa tra artisti tradizionali e fotografi, spesso prestati da altri mestieri e più interessati al progresso tecnico, finì con l’essere risolta dal terzo soggetto, che godrà dei risultati della riproduzione da negativi gradendo molto la novità: il pubblico che, rivolgendosi al fotografo professionista, con studio elegante e ben frequentato, col crescere della domanda accompagnerà la fotografia ai dovuti riconoscimenti. In quell’ambiente si eseguivano ritratti che soddisfacevano il cliente per la somiglianza e per gli arredi disposti ad arte, permettendogli di scegliere poi tra varie pose rispondenti al definitivo, cosa impossibile presso i più costosi pittori, che eseguivano bozzetti, e concorrenziale nonostante l’assenza del colore. Le cartes de visite si spargevano per il mondo, varcavano gli oceani con gli emigranti, viaggiavano per posta, sbiadivano appese al muro, si consumavano di carezze e qualche volta venivano custodite in piccoli album.

Abbiamo già incontrato questo personaggio quando prese in consegna da Alessandro l’Album destinato al re, che il fotografo sperava di offrire di persona. Verasis morì tragicamente appena un mese dopo, per una caduta da cavallo che lasciò sospetti insoluti. È molto meno celebre della moglie Virginia, la chiacchierata contessa di Castiglione, elemento della rete di spie savoiarde.

Francesco Verasis conte di Castiglione in una immagine tratta da: http://www.piemonteis.org/?p=4028.
Abbiamo già incontrato questo personaggio quando prese in consegna da Alessandro l’Album destinato al re, che il fotografo sperava di offrire di persona. Verasis morì tragicamente appena un mese dopo, per una caduta da cavallo che lasciò sospetti insoluti. È molto meno celebre della moglie Virginia, la chiacchierata contessa di Castiglione, elemento della rete di spie savoiarde.

Nel caso di Alessandro, penso che, al di là del costo di produzione e quindi dell’alto prezzo di un album di grandi dimensioni, il pubblico non fosse preparato ad apprezzare allo stesso tempo la riproduzione d’un oggetto affettivo, la sua metamorfosi in monumento a un’idea e lo schieramento del piccolo esercito di “briganti” in effige.
Se quegli esemplari si fossero moltiplicati secondo le aspettative dell’autore, avrebbero supportato una campagna politica: infatti, tale fenomeno avveniva comunque sui giornali, anche a spese, come abbiamo visto, dell’opera di Alessandro.
Per questa ragione, ho preferito mettere l’accento sulla novità dell’operazione che, con dissacrante ironia, è stata definita “primo album di figurine della Storia” da Giuseppe Marcenaro, che ha colto nel segno. Ed ora vedremo perché attraverso le vicende degli esemplari noti.

L’Album donato da Alessandro Pavia a Vittorio Emanuele II è conservato alla Biblioteca Reale di Torino, non è consultabile ma è dotato di una buona digitalizzazione. Concepito contemporaneamente all’esemplare destinato a Garibaldi, è eseguito con legatura e impaginazione simili: sulla copertina in cuoio con decorazioni in argento, si legge “A Vittorio Emanuele Re d’Italia” e spicca la corona di quercia e alloro con lo stemma dei Savoia. Come sarà sempre in tutti gli esemplari, si apre con il ritratto fotografico, qui colorato a mano, di Garibaldi. Questo esemplare è l’unico rimasto nella sua destinazione originale: tutti gli altri che si conoscono hanno avuto storie complesse, in qualche caso difficili da ricostruire, a volte nella scia della stessa Storia italiana, come vedremo.

L’Album che il fotografo, nell’aprile del 1867, portò a Garibaldi nel suo soggiorno a San Fiorano è il più importante e fa bella mostra di sé, purtroppo sempre chiuso, in una bacheca del Museo Centrale del Risorgimento a Roma; chi volesse vederne poche pagine può trovarle nel sito dello Studio Crisostomi (http://www.studiocrisostomi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=88:album-dei-mille&catid=25), che ne ha curato il restauro: hanno una sontuosa decorazione in oro zecchino, come le pagine dell’Album del re.

Villa Trivulzio a San Fiorano. Immagine tratta da: http://lausfil.blogspot.com/2012/02/giuseppe-garibaldi-san-fiorano.html

Villa Trivulzio a San Fiorano. Immagine tratta da: lausfil.blogspot.com

Giorgio Pallavicino Trivulzio, che ospitava il Generale nella sua villa di San Fiorano quando Alessandro Pavia vi si recò per donargli l’Album, tra la moglie Anna e Garibaldi. Il gruppo è stato fotografato a Palermo nel 1862. La paternità dell’immagine è indicata nel fotografo palermitano Giuseppe la Barbera, ma rimane incerta perché originali e riproduzioni circolavano senza distinzione.
Immagine tratta da: http://lausfil.blogspot.com/2012/02/giuseppe-garibaldi-san-fiorano.html

Giorgio Pallavicino Trivulzio, che ospitava il Generale nella sua villa di San Fiorano quando Alessandro Pavia vi si recò per donargli l’Album, tra la moglie Anna e Garibaldi. Il gruppo è stato fotografato a Palermo nel 1862. La paternità dell’immagine è indicata nel fotografo palermitano Giuseppe la Barbera, ma rimane incerta perché originali e riproduzioni circolavano senza distinzione. Immagine tratta da: lausfil.blogspot.com

Sebbene sia giunto al Museo direttamente dalla famiglia del Generale, il suo breve tragitto è stato tormentato a causa delle vicende giudiziarie della successione ereditaria. Questa è durata a lungo, intentata dai figli di Anita alla seconda moglie (in realtà la terza, dopo il ripudio di Giuseppina Raimondi a un’ora sola dal matrimonio). Francesca Armosino, nel corso della lite, accusò Ricciotti Garibaldi di avere sottratto dal sepolcro del padre a Caprera diversi oggetti, fra cui l’Album. Lo stesso Ricciotti dichiarò di averlo donato alla Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma nel 1907, in occasione il centenario dalla nascita del Generale.

Nel 1910, l’Italia celebrò il cinquantenario della spedizione dei Mille e i festeggiamenti continuarono nel corso dell’anno successivo, in cui cadeva quello dell’Unità. Il Vittoriano, edificio strepitoso oltre che monumentale, destinato a rappresentare la nuova nazione abbracciando con i suoi colonnati, scalinate e marmi la statua del primo re d’Italia a cavallo, era stato eretto ed era pronto per le cerimonie, ma non era completo negli ambienti che avrebbero dovuto ospitare il Museo e gli archivi. Per questa ragione, i documenti del Risorgimento erano stati depositati presso la Biblioteca Vittorio Emanuele, mentre i cimeli erano accatastati in vari depositi, molti in mano a privati che attendevano di poterli cedere allo Stato.

Nel 1907, anno in cui cadeva il centenario della nascita di Garibaldi, era direttore della Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele il conte Domenico Gnoli, figura d’alto profilo culturale, noto poeta e docente, che riorganizzò l’istituzione dotandola di norme e strumenti aggiornati; a lui Ricciotti Garibaldi consegnò l’Album del padre in quella ricorrenza. Nel 1910, il nuovo direttore Guglielmo Bonazzi, impegnato nelle celebrazioni del cinquantenario, in un articolo apparso sul Giornale d’Italia confermò la donazione dell’Album fatta da Ricciotti Garibaldi, citando Alessandro Pavia e riconoscendolo come autore, fatto più unico che raro.

Gli Album realizzati per il re e per Garibaldi rimangono gli esemplari più riccamente decorati, con pagine decorate in oro, con trofei in capo a tutti i ritratti e con le insegne dei Savoia in alto. Le sontuose copertine in cuoio e argento, o bronzo, sono molto simili.

L’Album come multiplo sembrerebbe l’assunto, non dichiarato, della pubblicazione di Marco Pizzo, attuale vicedirettore del Museo Centrale del Risorgimento, in cui le pagine sono riprodotte, mentre il suo testo riporta ed approfondisce i documenti, riferiti all’opera e al fotografo, che si trovano nell’Archivio dell’Istituto; infatti, per presentare nel modo più esaustivo l’opera così come è stata concepita, vi sono pubblicate le pagine d’un secondo album, realizzato sei anni dopo con un maggior numero di ritratti,  lì custodito, mentre il frontespizio pubblicato è quello dell’Album di Garibaldi, così come la dedica. Nel volume, è riprodotto anche il più noto e meglio riuscito degli autoritratti di Alessandro Pavia, che si trova nell’altro Album riprodotto, che vedremo qui di seguito: infatti, come abbiamo visto nella biografia, è stato eseguito solo nel 1870.

Nello stesso articolo citato, Bonazzi precisa che la Biblioteca Vittorio Emanuele, oltre all’Album di Garibaldi, possiede anche l’esemplare appartenuto a Timoteo Riboli, ricevuto nel 1903 dall’erede.

Timoteo Riboli, in una cdv di Mariani, Ivrea

Timoteo Riboli, in una cdv di Mariani, Ivrea. Tratta da: Comune.colorno.pr.it

Abbiamo già incontrato questo personaggio nel corso della vita di Alessandro, quando commissionò al fotografo un esemplare per conto di Garibaldi, allo scopo di inserire i ritratti nel libro dedicato ai Mille che egli stava scrivendo e che però fu pubblicato senza illustrazioni. Bonazzi, infatti, scrive che Riboli lo ebbe in dono dal Generale. Anche questo è un personaggio significativo; medico anatomista e veterinario, curava Garibaldi in particolare per l’artrite che lo tormentava e gli era molto devoto. Dopo avere partecipato ai moti del ’48, era stato medico militare nell’esercito sardo e aveva ricoperto cariche pubbliche, anche quella di vice presidente della Società per l’Emigrazione Italiana a Torino. Aveva conosciuto Garibaldi nella seconda guerra d’Indipendenza, in cui era volontario nell’ambulanza dei Cacciatori delle Alpi. Conquistato dalla sua personalità, in una lettera al generale gli chiese di potere studiare il suo cranio, secondo gli orientamenti scientifici di quegli anni. Era massone autorevole e attivo.

Alessandro rispose alla sua richiesta dell’esemplare nell’ottobre del 1873, facendo un prezzo di 30 centesimi per ciascun ritratto, per un totale scontatissimo di 380 lire tutto compreso, e spiegò che la sola legatura costava 100 lire. Queste preziose informazioni sono assolutamente credibili se, come ricorderete, il fotografo pagava una sola stampa eseguita da un collega fino a 12 lire e ne comprò parecchie.

Nei numerosi articoli usciti nel corso del biennio dei cinquantenari, spesso si scriveva erroneamente che i ritratti dell’Album erano 1095, sulla base dell’ultimo numero dell’impaginato dell’Album di Garibaldi e dell’elenco ufficiale dei Mille, uscito come supplemento alla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 12 novembre 1878. Non si faceva caso che mancavano quelli che Pavia non aveva reperito fino al’67.

A riprova del suo ottimismo, Alessandro fece realizzare i contenitori destinati al re e a Garibaldi con gli spazi predisposti per tutti i ritratti in ordine alfabetico, anche per quelli ancora non trovati, contando quindi di farli pervenire a suo tempo. Possiamo quindi affermare che fino al 1867 aveva molte aspettative, ma che decise la consegna dei primi due Album per ragioni ideali e politiche, non disgiunte da un calcolo promozionale, che ho esemplificato nella biografia.

Vignetta del disegnatore spezzino Luciano Francesconi, uscita in Cronaca di Milano sul Corriere della Sera del 19 gennaio 2008.

Vignetta del disegnatore spezzino Luciano Francesconi, uscita in Cronaca di Milano sul Corriere della Sera del 19 gennaio 2008. Tratta da: Comune.colorno.pr.it

Infine, a conferma della natura del suo progetto e per farlo conoscere, fece stampare dei “libretti portanti l’elenco generale dei Mille”, un opuscolo con una “veduta dell’isola di Caprera”, che vendeva a 1 lira e che prometteva in omaggio a chi avesse acquistato un album o si fosse abbonato alla serie dei ritratti con spedizioni periodiche; compilò personalmente l’elenco, partendo dal primo redatto dalla commissione palermitana, istituita poco dopo l’impresa, e con un’attività di ricerca che occupava parte delle sue giornate e richiedeva contatti a distanza tenuti attraverso conoscenze e per posta; l’elenco era ovviamente inesatto e tale rimase fino alla pubblicazione sulla Gazzetta di quello ufficiale: infatti, negli Album, la numerazione progressiva, che segue l’ordine alfabetico, non corrisponde esattamente all’elenco dei Mille ufficiale e reperibile ed è riportata a stampa, con i nomi, su etichette di carta incollate sotto ogni cornice. Alla fine di ogni Album, inoltre, era allegato l’elenco a stampa sullo stesso formato, utile anche per attribuire il numero alle nuove foto che il proprietario poteva acquistare; l’evoluzione del progetto, di pari passo con l’identificazione ufficiale dei Mille, è evidente anche nell’indicazione della città di provenienza nell’etichetta, in qualche caso assente ma integrata dall’elenco, dove le città sono specificate.

L’osservazione del manufatto rivela quanto fosse laborioso il suo assemblaggio e quindi, come era uso tra i fotografi, neppure Alessandro poteva fare a meno di assistenti da pagare; di questi esistono poche tracce nella raccomandazione che Anton Giulio Barrili gli fa per lettera nel 1865 di un “artista fotografo”, tale Félicién Théron, e nella registrazione del convivente che abbiamo incontrato nel censimento genovese del 1871.

La ricerca dei nomi per l’elenco, più correttamente denominato “indice”, non è un dettaglio da poco: per il carattere avventuroso e “fuorilegge” della spedizione, non era facile identificare i partecipanti, di cui molti caduti in battaglia, e in Parlamento i conservatori facevano ostruzionismo, ritardando il loro riconoscimento come combattenti e ostacolando la concessione della pensione a reduci e vedove. L’impegno prodigato da Alessandro in questo ulteriore lavoro rivela la sua convinta partecipazione alle problematiche umane, nonché economiche, dei garibaldini e delle loro famiglie.

Dopo i primi due Album, Alessandro ridimensionò la legatura: già in quello di Riboli i ritratti furono montati in successione, senza vuoti, con una riduzione del numero di pagine, più semplici anche nella decorazione; questa poteva essere scelta dal committente e incideva sul prezzo. In coda vennero legate poche altre pagine con spazi liberi, dove inserire un numero limitato di acquisizioni successive; i ritratti aggiunti hanno solitamente nomi scritti a penna con la grafia del collezionista.

Il terzo esemplare custodito all’Istituto Centrale del Risorgimento di Roma ha una storia complessa, rivelatrice dei sentimenti e dei comportamenti degli italiani nei primi cinquant’anni dell’Unità, ma anche testimonianza delle cerimonie che si sono succedute frequentemente, finché i protagonisti del Risorgimento sono rimasti in vita.

Nei giornali che, come abbiamo visto, documentavano le celebrazioni dei due cinquantenari, è riportato il dono di quest’Album, registrato ai Musei Capitolini il 25 aprile 1910: diversi articoli riferiscono, con ampio risalto e ricche illustrazioni, che esso fu donato alla città di Roma, di cui era allora sindaco Ernesto Nathan. Questi era un personaggio colto e molto significativo, legato al Risorgimento anche dall’antica frequentazione con la famiglia della madre Sara Rosselli, che aveva assistito Giuseppe Mazzini sul letto di morte a Livorno, nella casa dei propri nonni; i suoi cugini Aldo e Carlo sarebbero stati assassinati dai fascisti in Francia nel 1937. Il cavaliere Marcello Galli Dunn, vecchio combattente, imprenditore e collezionista, portò questo importante dono nel corso di una cerimonia; facendone la cronaca, i giornalisti riferiscono le dichiarazioni di alcuni protagonisti, tra cui il direttore della Biblioteca che avrebbe custodito l’Album: questi, come abbiamo visto, precisa che esso si aggiunge ai due già acquisiti.

L’Album è appartenuto al barone von Bamberg, Console Generale a Genova dal 1881 al 1888 e che aveva rappresentato lo stato tedesco a Messina durante la dittatura di Garibaldi, seguita alla conquista. Secondo gli eredi del console, che l’hanno ceduto a Dunn, questi l’aveva comprato da un “medico di Garibaldi”, non precisato.

Come detto, il nuovo Museo del Vittoriano non era ancora stato completato e l’Album, pur appartenente alla biblioteca, fu esposto provvisoriamente nella Sala delle Memorie Garibaldine in Campidoglio. Venne poi trasferito al Palazzo dei Conservatori e l’anno dopo fece parte dell’Esposizione Garibaldina alle Terme di Diocleziano e poi a Milano. Nel Palazzo dei Conservatori, gli antiquari e restauratori torinesi Everardo e Alfredo Pavia avevano allestito una mostra della loro collezione privata di cimeli risorgimentali, tra cui ospitarono l’Album dall’aprile del 1910, ed avevano allestito un laboratorio. Pur non facendo parte della collezione, l’esemplare continuò ad essere esposto con essa a lungo, mentre i Pavia, che non erano parenti del fotografo, trattavano con lo Stato Italiano perché acquisisse la loro raccolta. La trattativa languì, l’allestimento fu mantenuto dai Pavia nel loro Museo delle Memorie Garibaldine finché, nel settembre del 1936, il sindaco richiese il trasferimento di tutti i cimeli al Vittoriano, cosa che non avvenne; Goffredo, Ludovico e Dagoberto Pavia,  figli di Everardo, non avevano fino a quel momento ottenuto riscontro alla loro offerta di vendita e cercavano altri acquirenti; quindi lo Stato Italiano, per non perdere la collezione, la requisì senza fare distinzione nei documenti con l’Album, che fu così attribuito alla stessa collezione.

L’antiquario e collezionista Everardo Pavia, nella foto del suo catalogo a stampa “Museo Storico Garibaldino”, pubblicato in occasione della mostra di cimeli garibaldini promossa dalla Banca Italiana per le Antichità e Belle Arti e tenuta a Roma nel 1924. Tratta dalla copia della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Palazzo Caetani, Roma, 21-13G-26.

L’antiquario e collezionista Everardo Pavia, nella foto del suo catalogo a stampa “Museo Storico Garibaldino”, pubblicato in occasione della mostra di cimeli garibaldini promossa dalla Banca Italiana per le Antichità e Belle Arti e tenuta a Roma nel 1924. Tratta dalla copia della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Palazzo Caetani, Roma, 21-13G-26.

Solo nel 1938, quando furono promulgate le leggi razziali, il Comune prelevò i cimeli dal Palazzo dei Conservatori, dove intanto s’era insediato il Parlamento, senza un inventario che avrebbe richiesto la provenienza e senza notare che l’Album riportava la segnatura “Governatorato”, cioè il nome che si dava al palazzo perché vi aveva avuto sede l’antica autorità pontificia così denominata: era definito cioè di proprietà pubblica già da prima che Everardo lo ospitasse. Promulgate quelle leggi, anche i Pavia, che non erano ebrei ma portavano per cognome il toponimo d’una città, ricevettero lettere che invitavano a fornire prova di fede religiosa diversa dall’israelita; produssero quindi una secolare teoria di battesimi e, verosimilmente, rinunziarono a far valere i loro diritti sulla collezione. L’esemplare venne sbrigativamente catalogato come proveniente dalla collezione dei collezionisti e in qualche caso attribuito alla famiglia di Alessandro solo per l’identità dei cognomi.

Rimane un mistero il caso di un esemplare citato, in una sua lettera del 1910, da Mansueto Pavia, fratello di Alessandro. Questi sostiene che fu realizzato dopo i primi due e offerto alla Regina Vittoria d’Inghilterra, ma non ne esiste alcuna traccia. Data la poca simpatia di Vittoria per Garibaldi, potrebbe non essere stato consegnato, essere andato perduto o smembrato. Ma è probabile che non sia mai esistito e che, tra i numerosi e affannati tentativi di fare liberare il fratello Enrico dal carcere di Malta (come ho narrato nelle puntate precedenti), dove l’Inghilterra governava, un omaggio del genere sia stato solo promesso o millantato da Alessandro, mantenendosi negli anni come una leggenda familiare.

- CONTINUA -

Alessandro Pavia, l’uomo che volle farsi fotografo. Parte 3 di 4.
Parte 1 di 4
Parte 2 di 4
Parte 4 di 4 (di prossima pubblicazione)